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I caffé 2009-2010

Lo spazio pubblico, oggi (26 novembre 2009)

Appunti di riflessione

Per Hannah Arendt, la politica non è naturale né necessaria, essa nasce come fondazione di uno spazio artificiale in cui gli uomini escono dal buio del privato per mettersi in relazione con gli altri. Il coraggio e la responsabilità sono le qualità tipiche della politica; esse si manifestano nell’azione e nel discorso allorché gli uomini “vedono e si fanno vedere” in una dimensione extra-individuale che sancisce l’apparire della libertà.

La libertà ha bisogno di un luogo per manifestarsi, è lo spazio pubblico identificato idealmente con la polis greca “La polis […], non è la città-stato in quanto situata fisicamente in un territorio; è l’organizzazione delle persone così come scaturisce dal loro agire e parlare insieme, e il suo autentico spazio si realizza fra le persone che vivono insieme a questo scopo, indipendentemente dal luogo in cui si trovano”. (H. Arendt, Vita Activa, Bompiani, pag.158)

La pratica della politica è lo strumento privilegiato per riappropriarsi dello spazio pubblico: " [...] ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne fuori insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia.” (Don Milani, Lettera a una professoressa)

Il linguaggio, insieme all’azione, apre la via al “regno del politico”, è la parola che crea relazioni e permette la nascita di una comunità libera e democratica.

Il linguaggio umano ha potuto “prodursi solo nel momento in cui il vivente, che si è trovato cooriginariamente esposto tanto alla possibilità della verità che a quella della menzogna, si è impegnato a rispondere con la sua vita delle sue parole…, così il giuramento esprime l’esigenza, per l’animale parlante in ogni senso decisiva, di mettere in gioco nel linguaggio la sua natura e di legare insieme in un nesso etico e politico le parole, le cose e le azioni.” (G. Agamben, Il sacramento del linguaggio, Laterza, 2008 pp.94-95). 

Ragione e passione nella scena pubblica, oggi (14 gennaio 2010)

Appunti di riflessione

Nell’ambito politico le passioni si colorano di rosso, di nero, di grigio.  Le passioni rosse sono tipiche dei movimenti rivoluzionari e vengono nutrite dall’aspettativa di rivolgimenti profondi e dalla visione - proiettata nel futuro - di una società diversa, la cui realizzazione passa attraverso una razionalità regolata sulla situazione reale (oggi la rinuncia, domani un futuro migliore). Esistono, poi, le passioni nere - tipiche del pensiero reazionario e conservatore - per cui il mondo non va rinnovato ma va riordinato (sguardo al passato). I valori dominanti sono l’autorità, la disciplina, l’obbedienza (rinuncia al soddisfacimento individuale delle passioni). Le passioni grigie sono  tipiche di chi si rinchiude “strettamente in se stesso e pretende, da qui, di giudicare il mondo…questo è l’individualismo, un sentimento ponderato e tranquillo, che spinge ogni singolo cittadino ad appartarsi dalla massa dei suoi simili e a tenersi in disparte con la sua famiglia e i suoi amici; cosicché, dopo essersi creato una piccola società per conto proprio, abbandona volentieri la grande società a se stessa” (A. De Tocqueville, La democrazia in America, Utet, To, pag. 569).

Oggi, in un mondo dove avaro è il riconoscimento altrui e deboli sono i ricordi e le aspettative, finiscono per prevalere l’autoriconoscimento, sorretto da segni visibili di potere economico e l’invidia verso gli altri… Molti hanno perciò la sensazione che in democrazia la politica si sia svuotata dall’interno tanto delle sue motivazioni personali, quanto delle sue passioni civili… azzarderei pertanto l’ipotesi secondo cui gli elementi spettacolari tendono, in questo caso, a crescere in proporzione diretta all’aumento delle difficoltà da superare…Nell’agorà elettronica la necessaria semplificazione degli argomenti aumenta il peso specifico delle passioni, alterandone per l’ennesima volta, la plastica natura (R. Bodei, Il rosso, il nero, il grigio: il colore delle moderne passioni politiche in Storia delle passioni, ed. Laterza, Bari, da pag.345 a pag. 354).

Il pensiero filosofico non ci mette in condizione di prendere decisioni, ma ci permette di conoscere in funzione di che cosa prendiamo delle decisioni; attraverso la riflessione filosofica si sviluppa una virtualità di libertà: si sviluppa l’ “esistenza possibile”.

Nel libro di Jeanne Hersch “Rischiarare l’oscuro” ed. Baldini Castoldi, l’autrice propone un esempio di democrazia: “In Svizzera abbiamo un rispetto profondo degli individui e delle minoranze. Quando il Consiglio federale sottopone una legge al popolo, e il popolo, caso straordinario, dice di “sì”, un rappresentante del governo appare alla televisione e dice: “ringrazio il popolo svizzero per aver votato come ha fatto; ne siamo molto felici e lo ringraziamo della sua fiducia. Ma - aggiunge subito - siccome una forte minoranza si è malgrado tutto opposta a questa legge, essa sarà applicata con molta prudenza. Si terrà assolutamente conto di questa minoranza”.

Potere e seduzione: il corpo del capo (4 febbraio 2010)

Appunti di riflessione

Negli ultimi decenni il corpo del politico, per lungo tempo ignorato da sociologi e politologi, ha acquistato sempre più peso nella scena pubblica, al punto da diventare il protagonista di una ricca e fortunata saggistica.  Volendo spiegare il fenomeno, è necessario rivolgersi al passato, in particolare all’età medievale, quando il sovrano veniva percepito come dotato di una duplice natura: il corpo fisico, mortale, e quello mistico, simbolico e immortale. Lo storico Ernst Kantorowicz, nel suo libro più famoso “I due corpi del re”, in cui si avverte l’influenza della teologia cristiana, attribuisce alla frase pronunciata in morte del re “Il re è morto, viva il re” questo significato: mentre il corpo fisico muore, la sovranità si trasmette attraverso il corpo mistico, immortale, e la trasmissione del potere avviene attraverso una serie di rituali che legittimano l’investitura del successore.

La politica italiana si mostra come un’arena in cui si celebra un sistema simbolico costituito da pratiche di allestimento dei campi di dominio e di rappresentazione dei rapporti di potere, le quali operano attraverso un complesso gioco di spazi e un rinvigorito lavoro sui corpi…si dibatte  non per informare ma per vincere, e vincere significa battere l’avversario dopo aver ingaggiato un corpo a corpo. I duelli mettono in scena gare verbali, spettacoli della parola e di lotta per la parola, ma a venir messo in gioco non è solo il linguaggio bensì l’intero corpo dei contendenti. (Gianmarco Navarini I quattro corpi. Persistenze e mutamenti nell’organizzazione simbolica del potere)

Oggi il politico si identifica con la capacità di seduzione: sedurre viene dal latino sed (a parte) e ducere (condurre), per cui l’individuo sedotto è catturato, sottratto a un preciso ordine di significati, condotto “altrove”, afferrato da una forza a cui non può opporre resistenza. E’ un’esperienza di smarrimento di sé carica di una valenza sessuale, con una fusione tra politica, estetica ed erotica, in cui la percezione del proprio corpo è modellata sull'esperienza sociale (corpo mentale). Il politico diviene una star che attiva sogni; il divismo si manifesta attraverso la recita, l’esagerazione, la produzione di gossip: è la politica-spettacolo.

I riti di massa costituiscono uno dei rari momenti in cui viene creata una rappresentazione tangibile degli individui riuniti come grande corpo, assieme a un’immagine del mondo così com’è o si vorrebbe che fosse. In breve, si tratta di fenomeni corporali, religiosi e politici : riti che svolgono la funzione di re-ligare, rimettere insieme corpi di persone la cui esistenza nella vita ordinaria è di solito strettamente individuale e quindi apolitica. (Gianmarco Navarini I quattro corpi. Persistenze e mutamenti nell’organizzazione simbolica del potere)

L’arte di raccontare storie “storytelling” è uno strumento utilizzato oggi anche dai politici. Vince non solo chi dispone di un corpo che piace, ma soprattutto chi ha buone storie da raccontare.(S. Christian, Storytelling-La fabbrica delle storie)

Per approfondire:
  • G. Agamben, Homo sacer, Einaudi, Torino, 1995.
  • Z. Bauman, Dentro la globalizzazione, le conseguenze sulle persone, Laterza, Bari, 1999. 
  • M. Belpoliti, Il corpo del capo, Guanda, Parma, 2009.
  • F. Bono, Il superleader, Metemi, Roma, 2008.
  • G. Parotto, Corpo politico e corpo mediale. Profili biopolitici nell’era virtuale. Metàbasis, rivista on-line, marzo 2007, anno II N° 3.
  • G. Navarini, Le forme rituali della politica, Laterza, Roma-Bari, 2001.
  • E. Kantarowics, I due corpi del re, Einaudi, Torino, 1989.

Donne e potere politico: appunti di riflessione (18 febbraio 2010)

Appunti di riflessione

Secondo J. Hillman , la parola che, oggi, viene più comunemente associata al potere è “controllo”. Esso è un agire, di genere restrittivo: la parola deriva da contra rotulus, contro il rotolare. Il controllo pone restrizioni, limita la libertà, impedisce il piacere , pertanto, ha un effetto conservativo. Invece di avventurarsi in avanti, a esplorare un territorio sconosciuto, il controllo combatte un’azione di retroguardia e impedisce il liberarsi di una grande riserva di energia. Ma per Hillman esistono altre forme di potere come il prendersi cura della continuità, sostenere gli ideali e i valori, nutrire ogni cosa di cui si è responsabili affinché  possa fiorire, poteri che raramente trovano la strada della politica.

Fra i tanti muri dell’attualità (quello di Israele contro i palestinesi, degli USA contro i messicani, dell’Unione Europea contro i migranti), tutti eretti dal Nord  contro il Sud del mondo, uno, millenario, interno a tutte le civiltà, scandaloso soprattutto nei paesi che si assumono il ruolo di esportatori di democrazia, uno si mantiene saldo: è quello millenario eretto dallo strapotere dell’Uno, quello che impedisce alle donne di partecipare al governo della cosa pubblica in tutti i settori che contano per il vivere associato.
È il muro più antico e sottostimato fra tutti, quello che ha prodotto e ancora produce l’esilio del sesso femminile dalla sfera pubblica e contemporaneamente dimezza, quindi  smentisce qualsiasi ipotesi di democrazia partecipata.  (Maria Grazia Campari, Un muro millenario)

La discriminazione contro le donne nei processi politici democratici ha una lunga storia. Sebbene le donne abbiano avuto il diritto ad essere elette contestualmente al diritto di eleggere, de facto, la percentuale di donne elette nelle rappresentanze democratiche è ancora molto piccola. Considerando sia le camere alte che quelle basse le donne occupano, al momento, circa il 22 per cento dei seggi in parlamento nelle Americhe, il 21 per cento in Europa, il 18 per cento in Asia, il 17 per cento nell’Africa sub-sahariana e il 10 per cento negli stati arabi. Nei paesi del Nord Europa la percentuale arriva al 42 per cento (Inter-Parliamentary Union, 2010)1. In Italia la percentuale attuale è intorno al 19%. 

Tabella 1. Seggi detenuti da donne nel Parlamento Italiano, 1994 -2008. 

Anno  Senato  Camera 
1994   8,6%    15,1% *
 1996 8%  11,1% 
 2001 8,1%  11,5% 
 2006 13,7%  17,3% 
 2008 21,3%  18% 
* con quote di genere

Qual è la relazione attuale delle donne con il potere in Europa?
"Nel Nord Angela Merkel e la presidente finlandese, Tarja Halonen, sono interessanti. Nei paesi latini, in Francia, in Italia, c´è una regressione. Il potere è incarnato da uomini come Nikolas Sarkozy e Silvio Berlusconi - molto diversi fra loro - per i quali le donne sono un contorno…Berlusconi mi sembra meno cosciente di Sarkozy dell'importanza politica diretta delle donne. Apportano al suo governo soprattutto la bellezza e la femminilità che non lo contraddice. Sarkozy è obbligato ad ascoltare le sue ministre. Berlusconi tende a buttare i problemi in galanteria. La galanteria non prevede contraddittorio" (Intervista di Jolanda Bufalini a Michelle Perrot "Storia delle donne in Occidente" insieme a Duby (5 volumi quest´anno in edizione economica della Laterza)

"Allora, mio caro, nell’amministrazione statale non c’è occupazione che sia propria di una donna in quanto donna né di un uomo in quanto uomo; ma le attitudini naturali sono similmente disseminate nei due sessi, e natura vuole che tutte le occupazioni siano accessibili alla donna e tutte all’uomo,…" (?)

Il linguaggio della politica (18 marzo 2010)

Appunti di riflessione

Il linguaggio, insieme all’azione, apre la via al “regno del politico”; è la parola che crea relazioni e permette la nascita di una comunità libera e democratica. In questo senso il linguaggio è dono (munus) ma anche  legame e obbligo perché come il dono, come il dovere, il linguaggio fonda la communitas.

Il linguaggio umano ha potuto “prodursi solo nel momento in cui il vivente, che si è trovato cooriginariamente esposto tanto alla possibilità della verità che a quella della menzogna, si è impegnato a rispondere con la sua vita delle sue parole…,così il giuramento esprime l’esigenza, per l’animale parlante in ogni senso decisiva, di mettere in gioco nel linguaggio la sua natura e di legare insieme in un nesso etico e politico le parole, le cose e le azioni. (G. Agamben, Il sacramento del linguaggio, Laterza, 2008, pp. 94-95) Ma quando, come avviene nel nostro tempo, questo nesso etico si spezza accade che le parole perdono di significato e si finisce per parlare a vanvera.

“Se chi manda in giro una notizia falsa è abbastanza potente, la voce di chi vuole ristabilire il vero farà fatica a farsi sentire e avrà bisogno di tempo per affermarsi. Nel frattempo l’informazione falsa sarà diventata realtà seconda, e avrà fatto il danno che doveva fare…ciò determina una situazione di grigiore epistemico, una sfiducia generalizzata nella possibilità di riconoscere il vero, la ragione, il torto. Nessuno crede più a nessuno e si genera una fondamentale disaffezione all’azione politica, e alla democrazia stessa”. (intervista a F. D’Agostini autrice di Verità avvelenata, Bollati Boringhieri, 2010).

Il format -schematizzazione dell’esperienza che risulta “costretta” entro schemi predefiniti-  produce un impoverimento del linguaggio che diventa assertivo, senza distinzioni e complessità e mai dialogico.  Questo pensiero sbrigativo si rifiuta di confrontarsi in modo dialogico e articolato con la complessità del reale. Con il format la politica diventa semplificazione di una realtà complessa; essa seduce e tranquillizza perché evidenzia una sola causa fittizia del problema, inibendo qualsiasi distinzione e fornisce soluzioni narrative come ricette con il colpo di scena finale. Il format è un modulo assertivo, mai dialogico, che dispiega una forza ingiuntiva, imperativa. È un logo.

Il tradimento delle parole

Politica
  • (ieri) arte,  scienza o attività dedicata alla convivenza
  • (oggi) della guerra, di segregazione razziale, di espansionismo degli stati, p. coloniale
Libertà
  • (ieri) protezione del diritto degli inermi contro gli arbitri dei potenti
  • (oggi) scudo sacro dietro il quale si nascondono la pre-potenza e i privilegi
Giustizia
  • (ieri) invocazione di chi si ribella alle ingiustizie del mondo
  • (oggi) parola d’ordine di cui l’uomo di potere si appropria per giustificare qualunque propria azione
Democrazia
  • (ieri) governo del popolo
  • (oggi) governo per o attraverso il popolo –autocrazia- 

Oltre le parole

Fischi, monetine, toccatine, linguacce, il dito medio, le corna, l’ombrello, frequenti nella scena politica, lasciano intravedere il superamento della parola stessa. Socrate chiama filologia la cura della parola; sostiene anche, però, che esistono persone "i misologi" che “passano il tempo nel disputare il pro e il contro, e finiscono per credersi divenuti i più sapienti di tutti per aver compreso essi soli che, sia nelle cose sia nei ragionamenti, non c’è nulla di sano o di saldo, ma tutto […] va su e giù, senza rimanere fermo in nessun punto neppure un istante”.
“Per poter discutere occorre un terreno comune oggettivo su cui le nostre idee, per quanto diverse siano, possano poggiare per potersi confrontare. Ogni affermazione di dati di fatto deve essere verificabile e ogni parola deve essere intesa nello stesso significato da chi la pronuncia e da chi la ascolta. Solo così può tornare a esercitarsi la virtù di chi ama la discussione." (G. Zagrebelsky, Le parole della democrazia, lectio magistralis, “Biennale democrazia”,To 2009).

Le paure nell'età globale (15 aprile 2010)

Appunti di riflessione

“Infatti  le leggi di natura […] in se stesse, senza il terrore di qualche potere che le faccia osservare, sono contrarie alle nostre passioni naturali che ci spingono alla parzialità, all’orgoglio, alla vendetta e simili. I patti senza la spada sono  solo parole e non hanno la forza di assicurare affatto l’uomo”. (Hobbes, Leviatano). La costruzione dello Stato è l’ultimo e decisivo atto che scaturisce dall’alleanza tra paura e ragione.

Se nel mondo premoderno il pericolo proviene essenzialmente dal contesto naturale nelle sue molteplici manifestazioni, nella modernità esso sembra scaturire prevalentemente dall’altro: in quanto l’altro si delinea come l’ostacolo per eccellenza alle pretese, ai desideri e agli interessi potenzialmente illimitati di un individuo divenuto appunto sovrano. (Elena Pulcini, La cura del mondo, Boringhieri, 2009).

Come ci hanno insegnato gli illuministi, dobbiamo riconoscere l’universalità della condizione umana ma, al contempo, la varietà delle differenze culturali. Esistono situazioni barbariche e allora bisogna ricorrere alla legge che deve prevalere sempre sui costumi. D’altra parte l’identità dell’Europa risiede proprio nella capacità di aver elaborato regole comuni per gestire la diversità. (Tzvetan Todorov, La paura dei barbari, Garzanti 2009).

La relazione tra unicità e diversità è inerente alla condizione umana, va quindi  continuamente ripensata per combattere la paura che trasforma qualsiasi straniero in fonte di pericolo. Per il mondo occidentale i barbari sarebbero gli stranieri, coloro che non conoscono la nostra civiltà e la nostra cultura. La barbarie esiste, ma per definirla, al posto di un criterio culturale, è bene utilizzare la nostra relazione con gli altri. La barbarie non è una categoria culturale, ma una categoria morale…la paura dei barbari rischia di trasformarci  in barbari, spingendoci all’intolleranza e alla guerra. (Tzvetan Todorov, La paura dei barbari, Garzanti 2009).

Nel suo libro “Paura liquida” Laterza,  il sociologo Z. Bauman scrive che  «Paura è il nome che diamo alla nostra incertezza: alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla». Secondo il Nostro, nell’ epoca della modernità liquida, quello che ci spaventa di più è che non sappiamo distinguere tra paure reali e paure inventate; così percepiamo il mondo come un contenitore pieno di pericoli.
La paura è una risposta a un pericolo reale; la nostra autopreservazione è la prima legittimazione della paura. Spesso sulla paura si innesta la credenza per cui noi agiamo in relazione a ciò in cui crediamo. Se noi potessimo spostare  questo sistema di credenze, le paure non sarebbero così solidificate. Ad esempio, se io ho attribuito una valenza negativa al burka, essa penetra nella cosa trasformandola in qualcosa di orribile e odioso. (La legittimazione della paura: Intervento di James Hillman  al World Social Summit, Roma 24-26 settembre 2008).

Ogni volta che allontaniamo il problema della diversità, confermiamo la nostra paura del diverso, che è poi la paura di quel diverso che ciascuno di noi è per se stesso, e da cui ogni giorno strenuamente ci difendiamo per mantenere la nostra identità. Per questo parallelismo che esiste tra il diverso che ci abita e il diverso che incontriamo per strada, potremmo porci la domanda che Pier Aldo Rovatti si pone in La follia, in poche parole (Bompiani): "Dimmi chi sono per te i diversi e come li escludi, e ti dirò chi sei". Perché, invece di conoscerci attraverso tanti processi di interiorizzazione, a cui ci ha educato prima la religione e poi la psicologia, non percorriamo quell'altra strada che ci fa conoscere attraverso la relazione che abbiamo con gli altri. In fondo l'uomo è un "animale sociale". Così almeno diceva Aristotele. Che ne abbiamo fatto di questo aggettivo che caratterizza la condizione umana? (Umberto Galimberti, D La Repubblica, agosto 2009)

Gli immigrati sono i nostri posteri, il nostro specchio. Perciò ne abbiamo paura.
Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? La domanda,  antica,  può produrre pensiero profondo oppure ottusità, veggenza oppure cieco affanno (Barbara Spinelli,  La Stampa, 22 novembre 2009).

Perché non immaginare che un problema sia anche qualcosa di positivo?

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