La consulenza filosofica

Che cos’è la consulenza filosofica? È filosofia? È conoscenza o sapere? È una scienza o un’arte? È un esercizio alla cura di sé?

Per G. Achenbach, il fondatore della Philosophische Praxis, essa è la nuova forma che la filosofia dovrebbe assumere nel futuro per essere in grado di rimettersi in gioco (si pensi all’”arrocco” attuale della filosofia accademica che ha perso di vista il quotidiano e si occupa di problemi astratti) e rendersi utile, fornendo all’individuo strumenti razionali di riflessione sull’esistenza reale: “Proprio oggi, in un’epoca del post-moderno e allorchè sembra che l’esistenza del singolo cominci a perdere di senso, paradossalmente –dice Achenbach- si risvegliano nell’individuo domande di senso sulla propria esistenza, sull’etica e sulla morte”[1].

 

IL secondo pensare

Crediamo che oggi, più che mai, l’uomo abbia bisogno di Filosofia! Attraverso  la sua “frequentazione”, possiamo modificare  il nostro orizzonte esistenziale, fino ad arrivare ad una comprensione più amplia e profonda della realtà. Quando l’altro, l’ospite, crede che il suo problema non abbia vie di uscita, è necessario che il C.F. instauri con il consultante un libero dialogo per accompagnarlo  in quella riflessione che il filosofo tedesco chiama secondo pensare:”districare analiticamente”ed “aprire” il pensiero per scoprire nuove prospettive e dunque nuovi aspetti del problema. Inizia così una storia filosofica individuale, il cui corso non è determinato da mete prestabilite –come avviene  nelle altre professioni di aiuto- ,ma da una “ verità” che si manifesta di volta in volta nella relazione dialogica, senza mai divenire possesso né conoscenza epistemica . Riteniamo  che questa sia la differenza più significativa tra la C.F. e le altre pratiche d’aiuto: qui il filosofo non dà risposte al consultante, piuttosto suscita  nuove domande: E forse non sempre una domanda chiede una risposta ,in quanto la soluzione del problema va ad interrompere quel feed-back virtuoso che si è stabilito tra i due e fissa il pensiero nella sterile certezza della doxa…”E una risposta che congeda il domandare annienta se stessa come risposta e non è quindi in grado di fondare alcun sapere, ma solo di consolidare il vero opinare[2]

 

Una pratica rivoluzionaria

La consulenza è così Filosofia. Nient’altro che Filosofia! ( G.Achenbach). Della stessa opinione è il consulente N. Pollastri che, sostenitore dell’impostazione achenbachiana, ha introdotto i suoi scritti in Italia.

Per il Nostro la consulenza è un dialogo filosofico in cui ”i dialoganti hanno pari dignità razionale e per questo anche umana ed etica (…) entrambi sono capaci di esaminare la vita e quindi di filosofare insieme”[3]. Condizione ineludibile della consulenza filosofica è la relazione, che si crea da sola concentrandosi sul contenuto. In questa prospettiva la consulenza non vuole offrire né consigli né contenuti sapienziali né tanto meno vuol risolvere problemi. Achenbach scrive  che “procura il combustibile per infiammarli…”[4], N.Pollastri parla di “composizione istantanea” riferendola all’improvvisazione della musica jazz.  Dunque, per sua natura,questa pratica filosofica è violenta e sovvertitrice.

Anche  il filosofo R. Lahav che, negli ultimi anni, ha sottoposto a revisione critica la sua posizione circa la filosofia pratica, nel “Contributo per un ripensamento critico della filosofia pratica”, apparso sulla rivista Phronesis, definisce la consulenza  rivoluzionaria; a condizione che essa  prenda le distanze da tutte le pratiche para-terapeutiche che dominano il campo del disagio per farsi  Filosofia .Richiamando il mito platonico della caverna Lahav ci ricorda che “la meta del filosofo non consiste semplicemente nell’ uscire dalla caverna e crogiolarsi al sole, bensì nel farvi ritorno per aiutare gli esseri umani che vi giacciono intrappolati… Ma il nostro modo di porgere aiuto va declinato secondo i casi della saggezza”[5]. Questa saggezza non deve tradursi in un aiuto per risolvere il problema del consultante,al contrario “ deve condurci fuori dall’oscurità della caverna verso una comprensione del mondo più  profonda, più aperta, più illuminata”( pag. 14). Accettare questa visione significa trascendere l’esperienza personale per tradurla in un impegno educativo e sociale.

 

La filosofia come modo di vivere

Condividiamo pienamente l’affermazione di R. Lahav- già evidenziata dal filosofo U: Galimberti - per cui la Filosofia non è una professione, ma un modo di vivere, così come la saggezza non consiste nel possesso di saperi,ma è” un’attitudine a stare bene con se stessi e col mondo, per aprirsi verso sconfinati orizzonti di umanità” ; è Phronesis.

Nello stesso scritto R. Lahav distingue tra una consulenza come terapia filosofica ed una c. filosofica, riconoscendo solo a quest’ultima la dignità di Filosofia ”Riteniamo ,quindi, si debba tracciare una netta distinzione tra due approcci assai differenti: la consulenza filosofica -o, meglio ancora: la terapia filosofica, che è un tipo di terapia che usa la filosofia in vista dei suoi propositi di guarigione dal dolore e di risoluzione dei problemi; e la philo-sophia pratica che consiste in un veritiero coinvolgimento nell’esercizio della philo-sophia, e dunque non rientra in alcun modo nel business delle professioni che si propongono per statuto di aiutare la gente a sentirsi meglio. Non vediamo alcuna ragione di fare di queste due erbe un unico fascio. Si tratta di orientamenti fondamentalmente eterogenei che richiedono differenti competenze e capacità, e che si rivolgono a persone diverse. Entrambi si possono valutare secondo criteri loro propri, ma sono profondamente infastidito dal monopolio che la terapia filosofica (o consulenza) ha acquisito nel mondo della pratica filosofica”[6]Pensiamo che senza intenderla come una sterile contrapposizione duale, questa distinzione ristabilisca l’identità di entrambe le pratiche.

 

La filosofia come vita autentica

Qualunque sia il tipo di intervento che il consulente mette in atto, questi esercita sempre una “cura” che è al tempo stesso “cura di sé e degli altri”. Di questo aspetto della filosofia tratta il bel libro di M. Montanari “La Filosofia come cura”.L’autore ci ricorda , tra l’altro, che il consulente aiuta l’ospite a prendere coscienza degli eventuali pregiudizi, degli schemi consolidati, che impediscono di vivere autenticamente.

In questo esercizio di ricerca di senso, il filosofo non può prescindere dalle resistenze emotive dell’ospite: purtroppo la cultura occidentale “rimuove” il negativo, non tiene conto delle debolezze, delle ombre che sembrano allontanarci dall’idea di perfezione (negativo = male). Invece prenderne coscienza ci permetterebbe un effettivo cambiamento di punti di vista, di orizzonti di senso, dunque di comportamento. Terzani scriveva in “Un altro giro di giostra“ che bisogna avere un tumore per cominciare a vivere! Bisogna guardare in faccia il “negativo” e soggiornare in esso per cambiare.

Allora restiamo convinte che tra le molte competenze che un consulente filosofico deve possedere c’è anche una conoscenza della Psicologia ed un’esperienza di tipo psicoanalitico che ci permettono di riconoscere i meccanismi emozionali dai quali si sviluppa il senso morale, oltre che arricchire la nostra “cassetta degli attrezzi”.

Anche il filosofo P.G. Rovatti[7], interrogandosi su un possibile ruolo curativo e forse “salvifico” della Filosofia, rilancia in modo forte ed esplicito l’importanza del pensiero di M. Foucault nella consulenza filosofica. Richiamandosi alla letteratura degli esercizi spirituali delle scuole ellenistiche M. Foucault ci invita ad occuparci di noi affinché l’etica della “cura di sé” divenga pratica della libertà. Ma , come ci ricorda P.G. Rovatti, l’autore vuole intendere anche qualche altra cosa : c’è un altro che appartiene alla nostra soggettività e che noi dobbiamo saper riconoscere ed accogliere affinché ci sia un’effettiva autotrasformazione. “Crediamo che la consulenza filosofica sia tanto meno una consulenza e tanto più un’esperienza filosofica a misura che riesca a comunicare questa paradossale curvatura della soggettività... Qualcosa si muove solo quando la scena dell’identità e la scena dell’alterità si sovrappongono, scivolano, per così dire, l’una sull’altra, l’una dentro e fuori dell’altra.”[8]

 

E‘ forse questa la specificità della consulenza filosofica che ne sancisce l’autonomia dalle altre pratiche filosofiche? Crediamo di sì,anzi per noi questa “politica della soggettività” deve sempre “inverarsi” in una lettura critica dell’attualità ed aprirsi ad un impegno educativo e sociale.

 


[1] G. Achenbach, La consulenza filosofica, Apogeo, Milano, 2004

[2] M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano, 1994, pag.380

[3] N.Pollastri, Consulente Filosofico Cercasi, Apogeo,Milano 2007, pp.27-28.

[4] G.Achenbach, Saper Vivere, Apogeo 2004 pag. 57

[5] R.Lahav, Contributi per un ripensamento critico della filosofia pratica in Phronesis, rivista on-line, vol VI, pag.13.

[6] Ibid., pag.13.

[7] P.G. Rovatti, La Filosofia può curare?, Ed. Cortina, Milano 2005.

[8] Ibid., pag. 83.

Presentazione

In questa sezione trovate la nostra presentazione della consulenza filosofica.

Il consulente filosofico

In questa pagina si evidenziano le caratteristiche professionali di un consulente filosofico.

Bibliografia

Una breve bibliografia in fieri.
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