Il consulente filosofico

 
 
E' necessario   che il consulente filosofico   instauri con il consultante un  libero  dialogo    per accompagnarlo  in quella riflessione che G. Achenbach chiama secondo pensare:”districare analiticamente”ed “aprire” il pensiero per scoprire nuove prospettive e dunque nuovi aspetti del problema. Inizia così un percorso che non è determinato da mete prestabilite –come avviene  nelle altre professioni di aiuto- ,ma da una “ verità” che si manifesta di volta in volta nella relazione dialogica, senza mai divenire possesso né conoscenza epistemica.
 
Il C. F. esercita sempre una  “cura di sé e degli altri”  che aiuta l’ospite a prendere coscienza degli eventuali pregiudizi, degli schemi consolidati, che impediscono di vivere autenticamente.

In questo esercizio di ricerca di senso, il filosofo non può prescindere dalle resistenze emotive dell’ospite: purtroppo la cultura occidentale “rimuove” il negativo, non tiene conto delle debolezze, delle ombre che sembrano allontanarci dall’idea di perfezione (negativo = male). Bisogna, invece, guardare in faccia il “negativo” e soggiornare in esso per cambiare.

 

Restiamo convinte che tra le molte competenze che un consulente filosofico deve possedere c’è anche una conoscenza della Psicologia ed un’esperienza di tipo psicoanalitico che  permettono al C.F. di riconoscere i meccanismi emozionali dai quali si sviluppa il senso morale.

 
Seguono le attitudini e gli atteggiamenti che per noi risultano imprescindibili:

L’interesse e la curiosità  come desiderio di entrare in relazione con l’altro ossia riconoscere l’umanità che è nell’altro, nella forma dell’unicità, senza formulare giudizi aprioristici.

Il coinvolgimento: “essere pienamente inseriti nel rapporto con l’altro, senza retro pensieri, senza divagazioni, senza ansia da prestazione, coinvolto e pienamente in gioco, ricettivo e presente al dialogo.” (C. Basili)

L’esercizio del dubbio: “astensione dal giudizio” che non significa assenza di giudizio dal momento che l’atto del giudicare è quanto di più naturale e umano ci possa essere, ma consapevolezza che il proprio è solo un giudizio e niente di più.

L’empatia, senza la quale non ci può essere dialogo autentico, oltre che un sentire, è per noi un’attività ermeneutica fatta di saper leggere l’altro, saper ascoltare le sue parole e le emozioni a cui si legano, insomma è anche una comprensione.

Massima apertura che deriva dalla consapevolezza che non esiste un paradigma assoluto: ognuno di noi si pone domande e valuta problemi all’interno di una determinata visione del mondo. Quando cambiamo il paradigma di riferimento cambiano le stesse domande: vediamo cose nuove anche partendo dagli stessi dati empirici (teoria della gestalt) (Quine, Einstein, Hillman). La differenza  rilevante tra la consulenza filosofica e le psicoterapie è proprio la mancanza, nella prima, di  modelli teorici di riferimento che invece hanno tutte le psicoterapie, anche se il c. f. ne deve possedere la conoscenza /esperienza, usandoli come “regolamenti sospetti”(Achenbach) e quindi deve avere la capacità di allargare gli orizzonti concettuali del consultante attraverso il disorientamento/riorientamento verso altri orizzonti in cui le domande a cui non riusciva a dare risposte  possono trovare un nuovo senso.

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